Le due persone migliori che conosco
(una cosa che non è finita e forse cominciata)
Le persone migliori che conosco sono due. Poi ce ne sarebbe anche un’altra ma non posso dire di conoscerla a fondo, e neanche le prime due a dire il vero, comunque l’altra non la metto nelle persone migliori che conosco. Anche se per me è una bella persona e forse è anche migliore di quelle due di cui parlavo qualche secondo fa, non avrebbe senso metterla lì. Certo ha fatto delle cose bellissime per me, anche se lei direbbe che ho fatto tutto da sola, però non è detto che le persone migliori facciano delle cose bellissime (per noi). Infatti le due persone migliori che conosco, al momento, non posso dire che abbiano fatto delle cose bellissime per me, e non capisco perché adesso una persona deve per forza fare qualcosa per un’altra. Per essere una persona che vale per qualcuno bisogna fare qualcosa? Penso di no. In ogni caso le due persone migliori che conosco, sono uno un ragazzo e l’altra è un uomo. Non so come sono arrivata a pensare che a un certo punto c’erano delle persone bellissime al mondo e che io le conoscevo. Ormai la cosa è fatta e il sentimento è questo. Era gennaio, mi ricordo, quando mi sono detta una sera, tu conosci due persone così e così, sei fortunata. Loro non si conoscono tra di loro, e come potrebbero visto che una abita in Lombardia e l’altra nell’Emilia. Di certo mi sarà capitato di parlare a uno dell’altro, ma senza fare nomi, o dire particolari cose. Devo aver iniziato con sai c’è un mio amico.. O più genericamente, conosco uno che.. E ora che ci penso devo aver parlato di loro in moltissime occasioni e a molte persone. Non che io parli con molte persone in generale. In generale potrei dire di sì, se ci penso sul serio, sul mio posto di lavoro sicuramente sì, visto che faccio la segretaria. Sono nati tutti e due in piccolo paesino. Adesso sembra che le persone migliori nascono nei paesini, ma non è detto. Ora se si facesse una statistica, la percentuale però sarebbe molto alta: due su due in un paesino. Io sono nata in una città grande, in un ospedale grande, anzi nell’ospedale in cui nascono gran parte dei bambini della mia città, è risaputo qui da noi, cioè l’ho saputo da poco, l’altro giorno uno mi ha detto Sei nata al Mangiagalli vero? Allora ho scoperto che qui nasciamo tutti al Mangiagalli. Comunque non saprei dire queste due persone in che ospedale sono nate. O se non sono nate in un ospedale, o in casa magari o in macchina o su un prato. Se fosse stato un prato, questo lo saprei perché sarebbe così particolare, che prima o poi nei discorsi sarebbe saltato fuori. Invece no, non si è mai parlato di prati, o di parchi, cucine o macchine. Ma non escludo nulla. Però parco lo eliminerei perché sono nati tutti e due in zone di campagna e parco con campagna non c’entra molto, parco fa venire in mente la città e non la campagna, lo dico così a orecchio. Forse ho un po' mentito perché di quel giorno di gennaio ricordo molto bene una cosa che era successa. Mi ero appena licenziata da un lavoro e mi ero ammalata. Una malattia che sarebbe andata avanti fino ad agosto, e che ancora adesso non posso dire che sia rientrata totalmente. A gennaio però non avevo idea di quello che sarebbe stato questa malattia, fatto sta che era la prima settimana di gennaio. Avevo iniziato l’anno nuovo con un nuovo lavoro. Il primo giorno di lavoro mi sono alzata alle sette, sono andata alla finestra, la strada era ricoperta da trenta centimetri di neve. Sono andata subito a cercare la macchina fotografica, ma non la trovavo così ho preso il cellulare. In strada nessuno aveva ancora tolto la neve. C’erano solo due righe coi bordi marroni e in mezzo grigie, e delle persone che non riuscivano a camminare sui marciapiedi così stavano lì in mezzo, nel vuoto fatto dalle ruote delle macchine. C’era un silenzio strano per essere il primo giorno della settimana di un nuovo anno dal rientro delle vacanze natalizie. La neve sembrava assorbire tutti i suoni, si sentiva il ghiaccio che si comprimeva sotto gli scarponi che i primi lavoratori del lunedì mattina avevano probabilmente appena usato nelle vacanze di natile nelle stazioni sciistiche. Ma forse stiamo un po’ esagerando, non ho idea di dove passino le vacanze le persone che vivono in questa città. E in quei giorni non avevo idea nemmeno di dove fossero quelle due persone di cui stavo parlando prima. Era già qualche mese che non le sentivo e mi mancavano ma non dicevo nulla. Era stata tutta quella neve, avevo pensato dopo quando mi ero ammalata. Avevo preso un virus, ma ancora non lo sapevo. Una malattia da una settimana pensavo, la seconda settimana di gennaio, dopo essermi licenziata. Ma ero quasi alla terza settimana di gennaio, una notte, e la malattia continuava uguale a se stessa, senza mutamenti né in peggio né in meglio. Ancora una settimana al massimo e sarà guarita pensavo. Invece avevo sempre trentasette e mezzo, e io andavo avanti così, ogni giorno. Ancora una settimana pensavo, e poi sarò guarita. Poi era febbraio. Adesso faccio gli esami, e tra una settimana saprò cos’ho e al massimo tra altre due settimane sarò guarita, pensavo, ed era quasi marzo. Poi è arrivato aprile, ed ero guarita da una settimana e un giorno, una di quelle due persone, mi chiama sul cellulare e mi chiede come sto. Io gli dico Sto meglio da quando sto bene. Allora lui scoppia a ridere e dice che sto meglio da quando sto bene è una bella frase, di andare subito a scrivermela, che se non lo faccio se la scrive lui da qualche parte. Allora dopo che la telefonata era finita, ero contenta, nonostante tutto dicevo ancora delle belle frasi. Forse questa è un po’ la vanità, ma quella vanità che a sentirsela addosso fa così piacere, che uno pensa, cioè io pensavo che se sentivo ancora quella cosa della vanità allora forse era vero, stavo guarendo sul serio. Invece poi ad aprile altra malattia, cioè sempre la stessa, nuova ricaduta e ancora antibiotici. Ma questo è tutto il dopo di cui io ancora non avevo avuto il minimo segnale a gennaio, quella sera o quella notte. Non avevo la minima idea di quello che mi aspettava, e questo a volte penso sia un bene, non avere la minima idea di quello che ti sta per accadere o che ti accadrà da lì a due mesi. Di sicuro il retro pensiero che si fa dopo, a cose avvenute, cioè quando si pensa, se solo mi avessero detto che sarebbe successo tutto questo, non ci avrei mai creduto eccetera, e questo non solo delle cose belle ma anche delle brutte, è un pensiero che viene da fare spesso, è come sentire che la catastrofe in un certo senso è già avvenuta e ora si vive di scia di quelle cose che adesso sembrano un po’ lontane. Sembra di essere quasi salvi. Salvi per modo di dire, perché da quel giorno di aprile che ero praticamente guarita, poi sarei stata malata con continuità fino a settembre, e forse anche a ottobre, ma ottobre adesso non è finito, quindi è meglio che aspetto a dire delle cose di questi ultimi giorni, è storia recente. Quella sera di gennaio in pratica volevo farla finita. E non ero che all’inizio della malattia. Ancora pensavo per settimane, mi dicevo la prossima settimana guarisco e via, basta, chiudiamo l’argomento. Io ero lì, con la prima settimana di malattia e col licenziamento. Un licenziamento non avvenuto nei migliori dei modi. E qual è poi il licenziamento che avviene nei migliori dei modi, non lo so. Avevo litigato con una mia collega. La ragazza che mi stava seduta di fianco. E subito dopo, erano le otto di sera, ero andata dal mio capo, gli avevo detto che avevo bisogno di parlare con lui. Ci siamo seduti in un sala per riunioni, in un tavolo ovale di legno chiaro. Prima che iniziassi a dire quello che avevo da dire, lui mi ha detto Sono contento che sei venuta a parlami, perché se no lo avrei fatto io. Ecco, in questo stato d’animo eravamo. O mi mandava via lui o sperava che lo facessi prima io. Io gli ho detto che non potevo continuare, e lui mi racconta che per degl'anni si allenava, correva e correva, faceva le gare, gli piaceva, perdeva sempre, e andava avanti così per anni e anni, poi un giorno ha capito che non poteva continuare, così si è dovuto arrendere e trovare un’altra passione. Altri interessi. Per me se l’era inventato di sana pianta questa storia che anni prima lui correva eccetera. Non capivo cosa voleva arrivare a dirmi, comunque poi gli racconto che avevo litigato con la mia collega, e lui mi ha detto che questa collega, che è poi il suo braccio destro, da quel poco che avevo avuto modo di vedere, in un anno che lavorava lì non aveva mai litigato con nessuno. Io gli dico che poi però avevamo fatto pace subito e che mi ero scusata, lei non c’entrava nulla, era colpa mia eccetera. Allora lui mi guarda e mi fa Se non ce la fai qui non ce la fai da nessuna parte. Mi sono licenziata e tre settimane dopo hanno fatto banca rotta, e non sono mai stata pagata. Comunque non era esattamente che volevo farla finita, cioè non ero lì che mi guardavo in giro e pensavo a come potevo farla finita. Quello è un altro ordire di pensieri. Ero arrivata un po’ al fondo di tutto. La resistenza a sopportare le cose brutte era quasi finita, mi sentivo sola, cercavo lavoro, mi ero ammalata, non avevo quasi più soldi, e piangevo. Piangevo tanto, avevo appena cenato. Avevo spento la tv, e guardavo il piatto vuoto con le forchette appoggiate a caso, e mi era salito su qualcosa che mi faceva piangere. Nei pensieri giravo e giravo, cercavo qualcosa per vedere se davvero andava tutto male nella mia vita. Cioè se davvero tutto tutto andava male. Se non c’era qualcosa che invece di andare male andava bene. Perché una delle cose che mi ha insegnato la terza persona che non fa parte in teoria di questa storia, è che di ogni situazione, per capire cosa fare, si può partire dagli aspetti positivi e da quelli negativi, provare a vedere quelli positivi e tenerseli buoni e quelli negativi metterli in chiaro uno per uno, e poi prendere una decisione, o se no darsi del tempo per prendere una decisione e vedere se quelli negativi hanno bisogno di tempo per farci capire davvero fino in fondo se sono negativi. Ecco quella sera a me sembrava tutto senza senso. Ero semplicemente finita. Finita caput basta niente non si può più fare niente. Non ho fatto neanche la lista delle cose negative e positive, mi era bastata una occhiata al piatto per capire che non c’era più niente da fare. Io quello che potevo fare lo avevo fatto, ed era finito tutto. La voglia le energie le speranze tutto. Allora l’ho accantonato questo pensiero grosso e piangevo. Poi ora mentirei se provassi a dire come sono arrivata a pensare a queste due persone che conosco. Non me lo ricordo il pensiero, il salto, il collegamento, la svolta che c’è stata. Non la so. Vorrei poterla descrivere ma non me la ricordo. Ricordo che guardavo due mobiletti bianchi. O che ho fatto quello, tra le altre cose, quella sera dopo cena. Le persiane erano già state tirate questo lo ricordo, perché per andare a cercare i fazzoletti mi ero vista nel riflesso del vetro della finestra con dietro lo scuro della persiana. Avevo gli occhi rossi e le occhiaia rosse e la faccia rossa.