Aspetta primavera, corridrice

lunedì, 21 luglio 2008


Frasi perse
                      



<<E’ questa la cosa bella di essere a Milano…>>, sentivo dire sotto la mia finestra, io sdraiata sul letto a leggere. Solo questo ho capito, il resto, forse, l’aveva sentito mia sorella, trovandosi lei di là, nella stessa direzione della voce che scia via giù per la strada. Ma non so se ora, alzandomi per andare di là e chiedere Allora, qual è la cosa bella di essere a Milano?, non so proprio se lei ora, lo saprebbe dire.
Però, <<questa è la cosa bella>>, mi ha fatto pensare a un certo punto a quest’uomo, o a questa voce maschile, che a un certo punto, nel filo dei suoi pensieri, gli sia arrivato qualcosa che gli è uscito fuori nella testa, ha brillato un attimo, e subito è stato chiaro, per qualche momento, chissà per quanto, però è stato chiaro che ora a Milano c’è una cosa bella, per lui, e l’ha detta, lasciando perdere, nello stesso tempo, un precedente mare di vuoto di nulla che deve aver raccolto in giro un’aspettativa di cose belle, che prima, prima che arrivasse quel pensiero non se n’era vista nemmeno l’ombra.
Non so se quest’uomo o questa voce maschile, sia di Milano, ma da come lo diceva, alla persona a cui credo lo stesse dicendo, pareva che lo fosse, magari abita qui da tantissimi anni, però di sicuro, se l’ha detta in questo modo, la persona a cui è stata detta cioè l’altra, forse l’altra non è da così tanto tempo a Milano, forse questa persona che ascoltava è da così poco tempo a Milano, che ancora non ha riempito la sua sacca di vuoto di mare di nulla, magari si trova un poco coinvolto, magari guarda in alto i palazzi, vuol essere complice, sentire una sintonia anche, un mare di possibilità, uno sguardo superiore e fecondo d’aspirazioni nell’alzare gli occhi sulle vie e sulla gente, una sorta di buco negli occhi, come di chi arriva in un posto per venirne conquistato e poi invece succede il contrario, dopo qualche tempo, dopo che ci si vive un po’, un senso di voler afferrare, di penetrare il segreto per sopravviverci, e nessuno glielo dice mai, come a quello che abita da poco a Milano, allora dai che si cammina in giro a svuotare il sacco piano, piano, e poi: stare in attesa.
E nell’attesa, avviene qualcosa, non molto chiaro, succede così, un giorno, mentre ancora si pensa a come fare per vivere, poi in un certo punto, forse, un giorno, quell’uomo o quella voce maschile, forse lui sì, che invece magari abita qui da un po’ di tempo, con un sacco vuoti di tanta attesa dentro sé, come un portarsi un macigno sulle spalle, senza vederlo, a un certo punto, deve averlo abbandonato, e visto qualcosa di bello, o forse deve aver abbandonato dopo il macigno e visto prima qualcosa di bello, o forse ha visto qualcosa di bello e  mollato il macigno, tutto insieme.
Ma quale sia la cosa bella, non si sa, nessuno lo sa, nessuno lo dice mai a nessuno, figurarsi poi a quello che abita da poco a Milano, e ora chissà cosa voleva dire quell’uomo o quella voce maschile.
Io, se non avessi mai la possibilità di dire qualcosa, gli vorrei dire che il fatto è che nel profondo di qualcuno c’è molta paura di venir schiacciato dal suo stesso peso, non dal mondo ma da quello che sente. E non c’è alternativa, c’è solo cercare di stare tranquilli sperando che passi presto, o subito, e leggere anche, se può servire a far aspettare meglio, ma nelle tenebre abissali, se l’abisso c’è, e esiste, una paura in fondo all’animo, se l’animo c’è, e pure esiste, la paura è sempre grande, una rovina. Bisognerebbe accettarla, dire Ok, è così che mi sento?, va bene, non posso farci nulla, è così, insomma in due parole volersi bene, dopotutto si direbbe che la paura è istintiva.

Ma poi l’altra sera ero seduta sul divano che leggevo col cane, che appena sente che poi mi sdraio, pensa  d’avere l’autorizzazione a venirmi addosso, e salta su, che tanto per lui salire sul petto o su lo stomaco non gli fa differenza alle zampe. Poi sento da giù, <<Fanno fatica un po’ con la cintura di sicurezza gli italiani…>>.


scritto da: corridrice alle ore 12:36 | link | commenti (3)
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mercoledì, 02 luglio 2008



L’uomo:<<Devo ancora presentarmi. Mi chiamo Bernhard Landau e sono svizzero. Nella vita non ho mai combinato granché, e spero di continuare così. Una volta all’anno mi faccio male. Quest’anno sono caduto, ho sbattuto la faccia sullo spigolo di una sedia e mi sono spaccato un labbro. L’anno scorso sono rotolato giù dalle scale con un amico, mentre ero ubriaco, e mi sono rotto una gamba. Due anni fa un tassista mi ha torto un braccio perché volevo scendere mentre lui mi stava spiegando la tecnica che usava per torcere le braccia ai clienti recalcitranti. Negli anni ancora prima ancora, poi, c’erano le manifestazioni… Mio zio è proprietario di un panificio e ha una casa di campagna nei dintorni di Soest. Stanotte possiamo fermarci tutti a dormire da lui. Ha un debole per me. Da giovane avrebbe voluto fare il compositore e ogni tanto si lamenta perché invece è diventato industriale. Ma secondo me i veri industriali sono proprio così. Il suo sogno è di sistemare un pianoforte nel suo podere, tra gli alveari, e passare la vecchiaia a comporre musica. Sogni veri e propri, ovviamente, non ne fa più>>.


L’auto da dietro, mentre sale su una collina.


Vista dal davanti, l’auto giunge alla proprietà dell’industriale.


La proprietà nel crepuscolo incipiente.


Bernhard all’entrata che suona il campanello.


Si accende la luce sopra la porta d’ingresso ed esce il padrone di casa con un fucile in mano.


Bernhard: <<Metti via il fucile, zio, o rispondiamo al fuoco!>>


La figura del padrone di casa immobile.


Bernhard: <<Sono io, Bernhard, lo Svizzero. Sono qui con degli amici. Volevamo fermarci da per la notte.


Il padrone si avvicina a passi lenti sulla ghiaia.


Bernhard agli altri, a bassa voce: <<Mi sa che questo non è mio zio, e non è neanche casa sua… ho paura che ci siamo proprio sbagliati>>.


Il padrone di casa, nel frattempo, è arrivato di fronte a loro: <<Veramente io non vi conosco, ma mi fa piacere che siate venuti. Al piano di sopra, in casa mia, c’è posto per tutti voi. Potete rimanere qui finché volete. Mi stavo puntando il fucile in bocca, ma quando ho sentito avvicinarsi una macchina ho aspettato sperando che si fermasse qui>>.




Falso movimento - Peter Handke Guanda, 1991


scritto da: corridrice alle ore 19:10 | link | commenti (6)
categorie: la metĂ  del prezzo di copertina
mercoledì, 25 giugno 2008

Amici


Una sera, in Piazza Duomo, insieme al direttore generale, e un mio amico, anche amico suo, ovvero io amica del mio amico, il mio amico amico del direttore, il direttore amico del mio amico, allora il direttore mi dice, Dai, vuoi una domanda da Marzullo? Marzullo? dico io, Sì, Marzullo, dice lui, Mah, se vuoi.. dico io, No, no tu dimmi se vuoi tu, basta che lo chiamo.. e ti fa una domanda, dice lui, io sto zitta, lui chiama, Ciao, senti c'è qui una mia amica, falle una domanda, il direttore mi passa il suo cellulare, Salve, ho detto io, e poi Marzullo mi ha fatto una domanda, alla Marzullo, e non mi ricordo più qual è, ma io volevo dire che il direttore s’è sbagliato, perché io sono amica del mio amico e il mio amico è amico del direttore e il direttore è amico del mio amico.



scritto da: corridrice alle ore 19:46 | link | commenti (13)
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lunedì, 16 giugno 2008




Da oggi viene pubblicato il verbale delle riunioni dell'Accalappiacani, qui, inoltre per la sezione Conferenze: "State bene" segnalo alcuni appuntamenti con Nori, Soriga, Colagrande, Cornia, Balestrini e Gianolio, qui.







scritto da: corridrice alle ore 13:14 | link | commenti (10)
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martedì, 10 giugno 2008

Se qualcuno venisse quando io non ci sono

Una precisazione (4)


Entrando in casa, è tranquillamente possibile che la prima sensazione fisica, a volte è successo anche a me, sia quella che scappi la pipì. Sarà molto agile trovare la porta giusta, solo dopo aver letto quanto segue.
Trovandosi dentro l’anticamera, appena di fronte agl’occhi, sulla esterna facciata una porta avrà un foglio stampato a colori, che riporta tale scritta: “PER TUTTI: si prega di bussare prima di entrare”, è tanto utile questa scritta, che ora, prima di riportarla qui, mi sono alzata per andarla a rileggere. Nessuno potrà esattamente capire la relazione tra questo foglio che avverte, e la porta sulla quale è stato appeso se non si continua qui di sotto.
Infatti, si potrebbe benissimo pensare che lì dietro ci sia il bagno, allora apriamola pure questa porta, che cosa c’è?
Il bagno appunto, ma non tutto.
Nel 1933, data di costruzione del palazzo, non esistevano i bagni per intero, esistevano i gabinetti, ovvero un quadrato in un angolo per ogni appartamento, con il cesso piazzato al centro.
Ecco che se la prima sensazione fisica sarà quella di cui parlavo prima, la pipì, aprire quella porta non servirà, e tanto meno leggere il foglio appeso, e poi: chi busserebbe a una porta se non c’è nessuno?
Dunque, appena entrati bisogna ignorare la porta di fronte, e girare la testa di novanta gradi verso sinistra, lì si noterà l’altra porta, ovvero il quadrato di casa dove è stato situato da esperti architetti, il water.
Io non li biasimo del tutto questi uomini, in un certo senso è meglio così, tenere separate certe urgenze, però avverto subito che mentre si è lì, non conviene stare troppo tranquilli.
In quel quadrato di bagno, se si alzerà la testa verso l’alto, si vedranno certe macchie sul soffitto. Ma non macchie a dir il vero, diciamo pure scrostature di intonaco, e sotto l’intonaco scrostature di muro, e sotto il muro altre macchie di umido sul cemento, probabilmente risalente alla prima colata di calcestruzzo. Bene, non siate troppo allegri allora.
Certamente adesso, se tutto è filato liscio e siete ancora interi, dopo aver effettuato il tiro della catena, non si può tralasciare l’esigenza di un lavandino.
Allora ritornerà utile la spiegazione d’inizio. Aprire la porta con il foglio stampato, del tutto inutile poi quel foglio, ma per amor di cronaca dirò che quella scritta è stata la prima ingegnosità avuta da me e mia sorella non appena abbiamo avuto in casa a disposizione, tutta nostra, una stampante.
Saputo questo, ora, prego, ignorare il foglio, aprire, senza bussare, entrare. Però l’interruttore è fuori dal bagno, allora prego, ripetere. Uscire dal bagno, chiudere la porta, sul lato destro vicino al cardine in alto si accende la luce. Accendere allora, aprire di nuovo la porta, prego entrare, c’è il lavandino.
Sono molto fiera del lavandino, è uno dei lavandini più grandi che si potranno mai notare. Se non si è amanti dell’acqua fredda, occorrerà farci proprio la mano, perché nonostante ci siano due pomelli, uno per l’acqua calda e uno per l’acqua fredda, quello dell’acqua calda comporta dei problemi.
Ci sarebbe da lamentarsi di nuovo con gli architetti, ma in fondo, non è così male avere solo l’acqua fredda nel lavandino.
Prima di tutto, perché quando mi lavo le mani fuori casa, soprattutto nei bagni pubblici, mi piace molto tenere l’acqua caldissima e starci sotto un po’, per poi uscire dal bagno con le mani praticamente rosse, è molto bello, è come sentire una sorta di premio, come se dopo un po’ uno si è davvero meritato di avere per qualche minuto le mani calde appena lavate.
Poi, insomma, ora si sta parlando solo di una svelta sciacquata alla mani, non di venticinque anni di fredde mattine d’inverni quando non c’è tempo per la doccia e tocca lavarsi a pezzi.
Quindi una volta lasciata perdere l’idea del caldo, prego anche di chiudere un po’ bene stringendo il pomello, poi l’asciugamano non è dentro al bagno.
Su questo non so proprio che dire.
Se qualcuno mi dicesse Ma perché l’asciugamano non è appeso in bagno?
Posso solo dire che è così che stanno le cose in questa casa, l’asciugamano sta appoggiato sul calorifero, sia inverno che in estate che tutto l’anno, e si trova appena fuori dal bagno sulla sinistra, e basta, non si discute più. Se verrà voglia di fargli trovare qualche posizione originale da quella del calorifero, magari per esempio, dargli il posto per cui è stato creato, cioè nel bagno, bisogna stare certi che nel giro di poco l’asciugamano tornerà sul calorifero.
Conservate le iniziative per altri bagni vi direi, o se potete, arrendetevi subito.








scritto da: corridrice alle ore 13:28 | link | commenti (3)
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venerdì, 30 maggio 2008

Se qualcuno venisse quando io non ci sono

Una precisazione (3)

Se si arriva a casa per primi, e questo pare proprio essere il vostro caso, la porta alla vostra totale destra sarà chiusa.
Chiusa in un senso che sotto la maniglia marrone, c’è una chiave.
Per un lungo periodo, non so da quando, forse fino a quattro o cinque anni fa, non si sa come, non c’erano mai state maniglie in questa casa. È abbastanza curioso non avere delle maniglie alle porte. Poi un giorno io e mia sorella ci siamo impuntate, e siamo riuscite a convincere nostra mamma che avere le maniglie, era necessario.
Il fatto che le maniglie non siano mai piaciute a mia madre non gliel’ho mai chiesto, ma l’ho potuto intuire. Per esempio se entravo in una camera e chiudevo la porta, accostandola, perché si poteva far solo così, lei poco dopo la spalancava d’improvviso come qualcuno che ti ha scoperto fare qualcosa che non si poteva. Poi diceva Perché hai chiuso?
Queste maniglie che ora ci sono, sono marroni, a guardare con attenzione ci sono le maniglie sulla porta della camera, su quella del bagno, in quella del bagnetto, in quella della sala e simile anche quella del balcone ma nella finestra della cucina no, e quella della finestra della sala è diversa da tutte perché deve essere quella originale di quando hanno tirato su il palazzo, è in ottone annerito ed in un certo senso è molto delicata.
Continuando sulle cose delicate, alla totale destra, quando si entra in casa, e si è i primi ad essere entrati in casi, e questo potrebbe davvero essere il vostro caso, è necessario avere una certa manualità con quella maniglia.
Per prima cosa bisogna essere cauti, poi anche un po’ astuti, non perché sia rotta, però ha come una combinazione.
Prima bisogna impugnare la maniglia, e poi ragionare al contrario, spingere la porta verso di sé, tenendo nel frattempo la chiave sotto con le dita in modo da girare una volta in senso antiorario e mentre da una parte si spinge ragionando al contrario, e dell’altra si ruota in senso antiorario, la porta si apre.
Invece se siete brutali e anche di stampo un po’ manesco la maniglia vi rimarrà in mano.
Sì è proprio così, ma non scoraggiatevi perché anche a me è capitato qualche volta.
Ora, cosa fare.
Ci sono due possibilità, la prima è che si prende la maniglia che si ha in mano e la si reinfila della fessura che c’è, e si riprova come ho spiegato, poi come seconda possibilità, mentre si prova questa manovra, può succedere che la parte di maniglia che sta dall’altro lato della porta si sfili anche quella, e cada per terra.
Ma è del tutto improbabile che questo accada.
Se però questo accade, siete nei guai, ma non c’è da preoccuparsi, anche a me una volta è successo.
E come l’ho risolta?
Niente, ho dato uno spintone e ho praticamente rotto l’infisso in legno di dove entra la serratura quando è chiusa e che quindi tiene chiusa la porta.
Visto che ora rimane solo la probabilità che la porta vi cada addosso per una qualche brillante soluzione che troverete, ma che chiaramente adesso ignoro, io posso solo dire che avevo avvisato tutti.

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scritto da: corridrice alle ore 16:28 | link | commenti (5)
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mercoledì, 28 maggio 2008


Per una nuova e sempre più e sempre meno credibile rubrica, Apparizioni, comunico che:





Sarà presentato in occasione di un aperitivo letterario in casa editrice, Via Eleonora d’ Arborea, 30 – Roma, il 29 maggio 2008 a partire dalle ore 18,30, il libro Tutta mia la città, Perrone editore, in cui si potrà leggere, Inzi di qualcosa 3.
Aperitivo questo, in cui l'autrice non aperitiverà. A presto.




scritto da: corridrice alle ore 21:04 | link | commenti (1)
categorie: apparizioni
domenica, 18 maggio 2008

Se qualcuno venisse quando io non ci sono

Una precisazione (2)


Forse non dovrei dirlo, però si è sempre dormito con il balcone aperto.
È strana come cosa, perché veramente se uno volesse entrare, ora non vorrei chiamare le rogne, perché un giorno, una mattina non volevo andare a scuola e di lì a poco c’era il tema d’italiano su un libro di cui ricordo bene il titolo mentre il resto no, si chiamava Chiamalo sonno, e così andavo al parco Marinai su delle panchine di mattina presto intorno alle nove, faceva anche abbastanza freddo a quell’ora, e io andavo in un angolo dietro la Palazzina Liberty, che è una specie di palazzina dove fanno concerti di musica, specialmente classica, a cui non ho mai assistito, e stavo lì con tutta la voglia del mondo di farmi passare una bella mattina sulla panchina a fumare, e poi chissà a fare cosa.

Stavo in un angolo dove ci sono più o meno in cerchio quattro o cinque panchine e man mano che la mattina passava, arrivava della gente, magari dei bambini piccoli con la biciclettina seguiti dalle badanti, poi dei ragazzi stranieri sempre dalla faccia scura, e a una certa ora arriva una signora, con un cagnolino un po’ anziano, spelacchiato, e si siede di fianco alla mia panchina.
Allora mi dice Che freddo che fa, Eh fa freddo dico, e poi per un po’ niente, mentre io mi do il cambio alla mano fredda che tiene il libro aperto.
A un certo punto da un sacchetto tira fuori una specie di scatoletta argentata, per gli alimenti, mi dice che lui mangia solo polpette di riso con il pollo spezzettato dentro, se no non mangia niente.
Sinceramente, all’inizio credevo fosse una cosa un po’ pomposa, preparargli ogni volta delle polpettine di questo genere, poi mi racconta che il cane che aveva prima, era morto ammazzato da delle polpettine che qualcuno gli aveva dato dal balcone perché ha poi scoperto che gli avevamo messo dentro dei pezzi di lampadina sbriciolata e che questi pezzi gli avevano tagliato tutto dentro, e che così gli avevano rubato in casa.
Ed è così che quel giorno lì, non l’ho più dimenticato, e ad addormentarmi col balcone aperto non l’ho sempre visto di buon occhio.
In ogni caso per chi è proprio diffidente, il modo lo si può trovare sia per il mio cane, che per chiudere le persiane.
E comunque per non cadere in uno stato di disgrazia mentale in cui pare che tra un attimo tutto sarà finito, vorrei far considerare lo stato del legno della portafinestra del balcone e della finestra della cucina, viste da un’ipotetica persona da fuori in cortile, che se fosse anche una persona di brutte intenzioni, poi mi si potrà dire Ma che gli frega è notte, mica lo vede lo stato delle finestre, Ma non è detto dirò io, perché davanti alle finestre c’è il lampione che dietro ha un albero molto alto, e tutto il lampione in sé, illumina molto bene la casa la notte.
Quindi, spesso, vista da fuori, soprattutto dopo che si tornerà dal portare giù la spazzatura, la casa, ma più che altro il legno delle finestre apparirà sullo sgretolarsi.

scritto da: corridrice alle ore 17:38 | link | commenti (13)
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mercoledì, 14 maggio 2008

Se qualcuno venisse quando io non ci sono

Una precisazione (1)


C’è da ricordare che se si arriva a casa di sera tardi, aprendo la porta, la sola luce che arriva senza far niente è la luce della scala e appena si chiude la porta, viene una luce dal lampione in cortile.
Trovandosi al piano rialzato casa mia, e non al piano terra come erroneamente ho sempre pensato, entra molto bene la luce del cortile, inoltre non sono mai state chiuse le persiane, credo forse una volta, l’estate in cui siamo andate a trovare lo zio Gianni in America.
Tutto questo per dire che nel corso di quest’anno la luce dell’anticamera si è fulminata, e nonostante questa sia una casa abitata da persone di altezza non inferiore al metro e ottanta, non sappiamo come fare a salire fin lassù, perché i soffitti di questo stabile sono molto alti, i più alti che si possa mai notare in palazzi di questo genere, ovvero popolari.
Quindi appena chiusa la porta dell’ingresso, sarete dentro un piccolo spazio, l’anticamera, alla vostra sinistra si troverà una piccola porta, e in senso orario la porta del balcone, poi un’altra porta, poi l’entrata della sala e alla vostra totale destra la porta della camera da letto.
Ecco, tra la porta della sala e la porta della camera da letto c’è chiaramente un muro, e facendo un passo, sul muro visto in verticale, c’è un interruttore per chi volesse avere subito della luce.
Anche la luce della sala è una luce che è appesa molto in alto in mezzo al soffitto, e si spera tanto duri ancora molto se no sono guai, anche se non guai grossi perché lì si vedrà subito un tavolo quadrato, quindi se si rompesse la luce dovrebbe bastare salirci sopra insieme a una sedia. Mentre la stessa luce in camera da letto è rotta da molto più tempo, ho presente dei ricordi di quando io e mia sorella giocavamo a nascondino e per fare prima l’accendavamo, e schiacciavamo anche con forza, per spaventare e scovarci prima, però si capirà che la sedia sul letto, si capirà bene ecco. Tutto quanto per dire che problemi creano questi soffitti.
Ora qualcuno avrà sicuramente pensato che per venticinque anni in questa casa si sia completamente dimenticato di comprare una scala. E qui si cade in errore, perché la scala c’è. È la scala più schifosa che qualcuno potrà mai vedere. Qui lascio a chi vorrà usare l’immaginazione per risolvere il problema della luce sul soffitto. Però per i più, o per quelli d’impostazione ostinata, confermo che la scala è sul balcone. Il balcone è un tasto un po’ difficile da spiegare, dirò che andando sul balcone e girando la testa a destra si vede in fondo appoggiata al muro una scala in legno scuro con qualche buchino fatto dagli insetti. È una scala molto vecchia, non saprei nemmeno dire da dove arrivi.
La luce naturale del lampione, poi uno fa come vuole, però per me è sempre servita la notte, perché entra in verticale nella stanza, e tenendo la porta della camera da letto semi chiusa entra una colonna che ho sempre guardato prima di dormire.
Da un lato è stato un bene, ma adesso quando succede di non dormire a casa, se nella camera non ci sono lucine o spiragli, è terribile per me. Sicuramente sarà possibile abituarsi al buio, io solo una volta, quando sono stata per cinque mesi a lavorare in un villaggio turistico e la camera che dividevo con altre due ragazze era totalmente buia, una volta spento tutto ci mettevamo a parlare fino a che uno non iniziava a fare tutto un discorso lunghissimo e quando a un certo punto si chiedeva Ma mi stai ascoltando? e nessuno rispondeva, era proprio l’ora di smetterla con tutto.
Essenzialmente, per essere brevi, c’è da capire che il cane deve poter uscire la notte sul balcone, così non si sono mai chiuse le persiane e la notte ho sempre fissato questa colonna di luce anche per stare attenta alle ombre di possibili ladri, che non ho mai visto, se non in un piede spostato tra le coperte, e subito pareva sul muro esserci qualcuno, ma ero sempre io.


scritto da: corridrice alle ore 00:00 | link | commenti (7)
categorie:
lunedì, 14 aprile 2008

Segnalo la nascita del sito della rivista:

L'accalappiacani - Settemestrale di letteratura comparata al nulla

scritto da: corridrice alle ore 13:01 | link | commenti (7)
categorie: apparizioni
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